Lascia la moglie e due figli Luigi, 39 anni, precario, ottava vittima della Thyssen
L'ultima lettera: "Senza lavoro non riesco a vivere".
L'ultima lettera: "Senza lavoro non riesco a vivere".
Dicono che Luigi Roca avesse la faccia di chi per anni ha assorbito la tristezza, giorno dopo giorno, fino a disegnarsela sul volto, tra i lineamenti, come una ruga. Luigi si è ucciso, perché era tutta un'illusione e la tristezza era ormai dentro la sua storia, non solo sul suo viso. "Mi ammazzo perché insieme al lavoro ho perso la dignità". L'"ottava vittima" della Thyssen, 39 anni, non ha mai lavorato nella fabbrica della morte. Ma la sua azienda, la Berco di Busano Canavese, faceva parte del gruppo tedesco. E il suo contratto, interinale, non è stato rinnovato perché la Thyssen adesso ha 150 persone "da collocare", come si dice terribilmente in questi casi.
Luigi era diventato il pezzo stagliato: di troppo, e già troppo vecchio. Trentanove anni, un'età da matusalemme se cerchi il posto fisso. Ma ci aveva creduto. Dopo quattro anni di rimbalzi, un mese, due mesi in fabbrica e poi a casa, era arrivato un impiego giusto, più solido. "Durerà".
Luigi aveva dentro una storia difficile e un'adolescenza inquieta. Ne era uscito meglio di suo fratello, che è in carcere. Aveva trovato una donna, Barbara, con la quale stava da dodici anni, si erano sposati ed erano nati Niccolò e Davide, 6 e 7 anni.
Barbara Agostino, che fa le pulizie in un'azienda di stampaggio e adesso dice tra le lacrime: "Mio marito si è ucciso perché si sentiva umiliato. Chissà cosa deve avere provato, dentro, per decidere di farla finita. Se quell'azienda gli avesse rinnovato il contratto, ora non sarei una vedova con due figli piccoli da allevare".
Quindici anni in fabbrica, poi quattro a spasso, a chiedere e non ottenere mai. La paura di non rientrare più. Ma anche la forza di provarci ogni volta di nuovo, con le sue mani. Quelle che Luigi aveva usato per ristrutturare la porzione di vecchia cascina trasformata nella loro casa, in campagna, frazione Vallossino di Rocca Canavese. Aveva fatto il mutuo, per riuscirci, e finalmente era sicuro di poterlo pagare. L'aveva rivelato all'amico sindacalista, quel giorno al parco.
Quindici anni in fabbrica, poi quattro a spasso, a chiedere e non ottenere mai. La paura di non rientrare più. Ma anche la forza di provarci ogni volta di nuovo, con le sue mani. Quelle che Luigi aveva usato per ristrutturare la porzione di vecchia cascina trasformata nella loro casa, in campagna, frazione Vallossino di Rocca Canavese. Aveva fatto il mutuo, per riuscirci, e finalmente era sicuro di poterlo pagare. L'aveva rivelato all'amico sindacalista, quel giorno al parco.
La faccia non più triste sarebbe durata solo sette giorni, fino a quando gli hanno detto che non sarebbe stato confermato. Lì è cominciato il crollo, silenzioso ma evidente. Nessun segno che facesse presagire l'epilogo, solo il ritorno della faccia di prima. L'avevano vista tutti. Non era bastato a capire. Luigi Roca non era mai stato nella fabbrica del rogo, laggiù a Torino, in corso Regina Margherita. Ma è come se ci fosse stato anche lui, la sera del 6 dicembre, quando gli altri 7 vennero sommersi. Perché la precarietà del lavoro è un domino che abbatte quasi tutte le tessere che incontra, o almeno le più fragili, quelle meno in equilibrio ai bordi del tavolo. Lì stava Luigi da quattro anni, con i suoi 39 già addosso e la paura di non uscire mai più dal precariato. Per assurdo, la mazzata finale è giunta proprio dall'illusione di esserne fuori. "Era contento, fiducioso" dice Vito Bianchino, il sindacalista Cisl. "Luigi dedicava tutto se stesso alla moglie e ai figli. E un'azienda non può lasciare a casa a cuor leggero certe persone, le caratteristiche del lavoratore contano".
Buona salute, gran voglia di faticare, ottime motivazioni. Questo era il suo profilo. Incoraggiante. Si era tranquillizzato, aveva capito che anche di fronte alle possibili ingiustizie bisogna restare calmi e ragionare, senza reagire sempre d'istinto. Un percorso lungo e duro, che però Luigi aveva conquistato sulla sua pelle, cicatrici e dimissioni comprese. Era stato sul fondo e aveva cominciato a risalire. Fino a quando non l'hanno convocato in un ufficio per dirgli che no, arrivederci e grazie. Così lui ha scelto l'albero in un bosco vicino a casa, ha preso la corda ma prima la carta e la penna. Tre lettere. Ai genitori ha chiesto perdono. Alla moglie Barbara ha scritto: "In questo tipo di vita serve una forza che io non ho. Non lo dico per giustificarmi, ma perché tutti possiate perdonarmi. Ho valutato le conseguenze del mio gesto ma non ce la faccio, ho perso lavoro e dignità". L'ultima lettera, per i due figli piccoli. "Non mi giudicate e comportatevi bene. Trattate bene la mamma e conservate di me la parte buona che vi ho lasciato".
MAURIZIO CROSETTI (ha collaborato Antonello Micali) (13 marzo 2008) la Repubblica.it


2 commenti:
La morte di Luigi Roca mi ha scosso fortemente, io lo definirei un "suicidio bianco". Mi interrogo...
Dopo i due anni e mezzo del nostro governo in termini di flessibilità lavorativa la situazione è rimasta invariata, nonostante il programma prevedesse una modifica della Biagi. (E vi prego basta dire che con la coalizione non abbiamo potuto far nulla; la coalizione l’abbiamo voluta, e dobbiamo assumercene piene responsabilità).
Ora ci ripresentiamo soli, e Simon (Veltroni) ordina: PICCOLI INDUSTRIALI CRESCANO. E' così che nel paese degli ajatollah lo sceicco Mont-e-zemoli fa la sua oscura ascesa... Intanto si muore come soldati al fronte. Questa società, fatta di sciopero della sete da una parte, e di morte coatta dall'altra, ha qualcosa di subdolo nelle viscere. Come in 1984 di Orwell, se interroghi un politico su un problema del paese, lui ti dice che è colpa dell'avversario; che le cose ora sono mutate e ti puoi fidare di lui. Più questo modus facendi invecchia e meno io ci credo.
Allora, cosa c’è nel programma? Abbiamo proposto che il minimo contrattuale sia di 1.000 euro mensili. Mi sembra poco; OCSE di ieri: lo stipendio medio in Italia è di 1.100 euro.
Altra proposta: ridurre cuneo fiscale per liberi professionisti ed imprenditori. Un po' poco; sono soldi che, come già successo, non entreranno mai nelle tasche dei dipendenti.
Mi rivolgo a tutto il PD, a tutti gli ex PC, a tutti quelli che si son tagliati i capelli ma conservano una briciola della sinistra che furono, a voi che un tempo eravate fieri di essere più di quà che di là. A tutti quelli che come G. Ferrara ci dicono che le cose son cambiate, che ora la politica è diversa, i valori son diversi. Ve lodico io: LA SOSTANZA NON SONO CAMBIA MAI!!! Cambiano i nomi degli schieramenti, non i politici. Cambiano le "classi", ma i poveri non spariscono.
Svegliatevi, siate più esigenti. E basta a chi dice: "Ci alleiamo con confindustria per sconfiggere Berlusconi". Domani ci diranno: "Ci alleiamo con Berlusconi per sconfiggere confindustria". E noi abbocconi ce la berremo, perchè dobbiamo sconfiggere il male assoluto, ce l'ha detto il partito. E INTANTO FUORI, nella vita reale, LA GENTE MUORE...
Dobbiamo fare di più per i deboli, i deboli, i deboli, i deboli, i deboli, i deboli.
bello questo tuo commento, ne ho letto uno simile , nella sostanza, nel blog IO DEMOCRATICO di sana critica al nostro Governo precedente e ti devo confessare caro Fabio a me viene il magone quando sento i paladini della destra attaccarci per quello che avremmo potuto fare e che non abbiamo potuto fare per colpa di una maggioranza disunita e divisa non solo al Centro ( l'addio di Mastella e co) ma anche a sinistra ( non mi sembra che Turigliatto fosse proprio un centrista). Per questo, se dovesse avvenire quanto noi fortemente auspichiamo e di cui non parlo per assoluta scaramanzia, invito tutti ex compagni ( ma che significa ex? io lo sarò per tutta la vita, cambia il contenitore ma il mio apporto di persona nata e cresciuta nell'antifascismo,nel pieno rispetto dei valori etici e morali rimarra' per sempre) dicevo ex compagni e non a non abbassare mai la guardia...a me non stupisce che Veltroni cerchi l'appoggio degli industriali, semmai mi farebbe male scoprire che dopo il voto si disattenda a quanto indicato nel programma
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