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mercoledì 5 marzo 2008

Morti bianche e lavoro nero: non è casuale

Quasi ogni giorno giornali e tv snocciolano la triste contabilità degli incidenti sul lavoro: ma se ne occupano superficialmente.
Nei casi più gravi si costruiscono coccodrilli pietosi sulle vittime. Sono rari i casi di analisi serie.Fa eccezione "Report" che ha avuto il coraggio di far conoscere la triste realtà del lavoro nero su cui le "grandi firme" della moda costruiscono le loro produzioni. Non è azzardato legare i due fenomeni. Lavoratori clandestini e precari sono le vittime privilegiate degli incidenti. La ragione è piuttosto chiara. Nel caso dei lavoratori extracomunitari le aziende sono spesso marginali e vivono al confine con l'illegalità sia ecomica e fiscale che produttiva.
Diverso è il discorso del lavoro flessibile, (interinale, job sharing, a progetto). Qui ci troviamo di fronte a politiche aziendali che non investono verso soggetti temporanei, spesso privi di esperienza, per miopi calcoli di convenienza immediata. Se pensiamo alla struttura produttiva del nostro paese costituita in gran parte da aziende piccole e piccolissime si capisce facilmente che la battaglia di sicurezza si avvia soltanto creando un patto tra stato e produttori, tra aziende ed opinione pubblica. Si dice spesso che manca una cultura della sicurezza. E' certamente vero: ma i comportamenti virtuosi si avviano soltanto difronte ad una opinione pubblica che sappia reagire non tanto nelle gravi e delittuose vicende come la Thissen, ma proprio nel quotidiano stillicidio degli incidenti sul lavoro.
Prendiamo il caso delle imprese che spendono il nome del made in Italy: è assolutamente inaccettabile che si sentano in diritto di utilizzare lavoro nero quando non si rivolgono alla fiorente industria del malaffare. Bene in questi casi sarebbe opportuno che i media se ne occupassero con rigore, anche a prezzo di limitare i loro budget pubblicitari. E' proprio un problema etico.
La normativa in materia è molto articolata e tutto sommato di buon livello, l'approvazione dei nuovi decreti certamente creano le condizioni per ulteriori passi avanti. Il problema comunque non sta nel mondo formale delle leggi ma nei comportamenti delle aziende, dei lavoratori, delle istituzioni e a partire dal ruolo attivo della opinione pubblica.

Francesco Facello

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